PERSONAGGI FEMMINILI ANTROPOLOGIA SOCIALE 2020 

 

HORTENSIA  

Avete omnes.

Ego sum Hortensia, figlia di Quinto Ortensio Ortalo (Quintus Hortensius Hortalus) e di Lutatia.

Mio padre fu un celebre oratore ed avvocato rivale di Marco Tullio Cicerone, nonché console nel 69 a.C.

Ebbi la fortuna di nascere in una famiglia aristocratica e di conseguenza di ricevere un’istruzione elevata.

Ebbi accesso alla letteratura greca e latina fin da piccola, ma, sulle orme di mio padre, mi dedicai in seguito più allo studio della retorica.

Sposai il mio secondo cugino, Quinto Servilio Cepione, figlio di Quinto Servilio il Giovane e fratello di Catone Uticense e Servilia Cepione. Con lui ebbi una figlia, Servilia.

Le cronache però mi conoscono per il discorso che tenni nel 42 a.C. davanti al secondo triumvirato:

quell’anno i triumviri imposero a millequattrocento matrone, tra le più ricche, di partecipare alle spese militari ed emanarono quindi un provvedimento con il quale chiedevano alle stesse di fare una stima dei loro beni sulla base della quale fornire un contributo. Il provvedimento prevedeva sanzioni in caso di omissioni e dichiarazioni false e ricompense per delazioni e informazioni, anche fornite da schiavi e liberti.

Le matrone dapprima chiesero alle mogli dei triumviri di intercedere presso i propri mariti, ma questa mediazione non ebbe esito positivo e di conseguenza scelsero me come rappresentante poiché nessun uomo aveva osato assumere il loro patrocinio.

 

Hortensia vero Q. Hortensi filia, cum ordo matronarum gravi tributo a triumviris

esset oneratus nec quisquam virorum patrocinium eis accommodare auderet,

causam feminarum apud triumviros et constanter et feliciter egit: repraesentata

enim patris facundia, impetravit ut maior pars imperatae pecuniae his remitteretur.

revixit tum muliebri stirpe Q. Hortensius verbisque filiae aspiravit, cuius si uirilis

sexus posteri uim sequi voluissent, Hortensianae eloquentiae tanta hereditas una

feminae actione abscissa non esset.

(Valerio Massimo, Factorum et Dictorum Memorabilia Liber 8.3.3)

“Ortensia, figlia di Quinto Ortensio, avendo i triumviri imposto pes

tasse alle matrone, e poiché nessuno si prestava a difenderle, discusse lei la causa dinnanzi ai triumviri, coraggiosamente e felicemente: infatti, riproducendo l’eloquenza di suo padre, ottenne che la maggior parte del danaro richiesto fosse rimesso. Parve allora rivivere nella figlia Quinto Ortensio, e ispirarne le parole…”

Mi presentai davanti ai triumviri e parlai pubblicamente, senza alcuna intermediazione maschile, pronunciando la mia arringa.

Iniziai ribadendo il fallimento dell’intercessione delle mogli dei triumviri, per legittimare la mia presenza nel foro, il mos maiorum infatti vietava a noi donne di parlare nel foro e in pubblico.

Cercai di superare questa preclusione, affermando che, poiché le guerre civili avevano privato le donne di padri, figli, mariti e fratelli, queste erano da considerarsi sui iuris ossia emancipate, in quanto senza più alcun familiare maschile che le potesse rappresentare davanti alla legge. Se i triumviri le avessero private anche dei loro beni, non avrebbero potuto più mantenere la condizione economica e sociale a cui i padri le avevano destinate.

Discussi con coraggio e determinazione la causa e, seguendo l’esempio e gli insegnamenti di mio padre e cercando di riprodurne l’eloquenza, ottenni che la maggior parte del danaro richiesto fosse rimesso. Il punto cruciale della mia arringa fu il seguente: perché mai le donne dovrebbero pagare le tasse, visto che sono escluse dalla magistratura, dai pubblici uffici, dal comando e dalla res publica?”.

I triumviri accolsero parzialmente la mia richiesta e imposero il tributo a solo quattrocento donne, coprendo la restante parte con una nuova tassa sui grandi patrimoni.

Ma ai romani non piacque che una donna, anche se in possesso di spiccate capacità retoriche e spinta dall’esigenza di tutelare interessi che gli stessi riconobbero come legittimi, uscisse dai confini del suo ruolo. Diventava dunque indispensabile rimediare al vulnus giuridico e stabilire esplicitamente che le donne dovevano essere escluse da alcune attività considerate prettamente maschili, tran le quali, in particolare, il patrocinio legale.

Ciò che era successo, oltre che con me, anche con Mesia e Afrania, imponeva di farlo e, a tale scopo, fu emanato un editto da parte del pretore, il quale vietò a noi donne di postulare pro aliis e di ricoprire qualsiasi altro ufficio civile e pubblico, poiché ciò avrebbe significato venir meno alla pudicitia cui eravamo tenute.

In questo modo quei piccoli spiragli di emancipazione che si erano aperti per noi, e che avevamo conquistato, vennero nuovamente richiusi…ma non per sempre…

Valete omnes

Hortensia

 

CORNELIA  

Cornelia apparteneva alla Gens dei Corneli, seconda figlia di Publio Cornelio Scipione detto l’Africano per la campagna vittoriosa di Zara, in Africa  dove sconfisse il Generale Cartaginese Annibale .
L’immagine del padre accompagnò Cornelia dall’infanzia agli anni in cui fu moglie e madre, fino alla solitudine di Capo Miseno e ne condizionò le idee, la moralità ed i comportamenti.
Cornelia nasce a Roma nel 189 (a.C.) ma non è documentato, come pure è incerta la data del matrimonio con Tiberio Sempronio Gracco, che rappresenterà un’ancora importante della sua vita . In età da marito, Cornelia lo sposò quando lui era più vecchio di lei di circa 30 anni ed ebbero 12 figli ma solo tre rimasero in vita, Tiberio, Gaio e Sempronia. Rimase vedova a circa 35 anni e prese su di sé la cura dei figli e dei beni, in maniera amorosa e scrupolosa.
Tra gli uomini che sapendola vedova e bella c’era Tolomeo, Re d’Egitto che le offrì di condividere la corona, ma lei rifiutò preferendo restare vedova e vicina ai suoi figli.
L’aneddoto che la identifica accadde quando una Matrona andò in visita a Cornelia ed oltre ai pettegolezzi cittadini cominciò ad enumerare le ville che possedeva, gli acquisti più recenti ed i gioielli che indossava; Cornelia attese che Tiberio e Gaio tornassero da scuola e presentandoli disse: ” haec hornamenta mea” “questi sono i miei gioielli”.
Così si creò il mito di Cornelia .
Era lei a prendersi cura dei figli, della loro educazione e della cultura, come attestato da più autori latini come Quintiliano e lo stesso Cicerone.
Cornelia è stata testimone di un’epoca dal passaggio della politica Imperialistica a quella della Repubblica, si può dire fino ad Augusto.
In quel periodo il divario  tra Plebei e Patrizi divenne sempre più profondo  e Cornelia lo visse sulla sua pelle dato che i suoi figli morirono per questo.
Tiberio per indole somigliava a sua madre, era mite e grande oratore, si presentò come tribuno della Plebe e fu eletto. A soli 29 anni fu ammazzato in Campidoglio a bastonate, insieme a 300 suoi sostenitori.
Gaio, anche lui grande oratore, travolgente e appassionato, morì 12 anni dopo, facendosi uccidere mentre era in fuga verso il Gianicolo, dallo schiavo che lo accompagnava dato che nel 121 (a.C.) il Senato si era schierato contro i Tribuni della Plebe sapendo quindi, che il suo destino era segnato.
Cornelia sopportò tutte le sventure con animo nobile e fermo, come si addiceva alla figlia dell’Africano.
Si ritirò a Miseno perché amava la campagna, si circondava spesso di letterati, soprattutto Greci. Amava tenere la buona tavola per onorare gli ospiti e con loro scambiava doni.
Amava molto ricordare i figli e ne parlava senza dolore né lacrime mentre rievocava le loro imprese ed anche la morte, come se si trattasse di personaggi dell’antichità.
Quando era ancora in vita, le fu eretta una statua di bronzo nel Foro Romano, fu la prima statua di una donna esposta in pubblico.
Cornelia morì intorno al 110 (a.C.)

 

AURELIA COTTA madre di Cesare. 

(Roma 21 maggio a. C. – Roma 31 luglio 54 a. C).

Figlia del console Lucio Aurelio Cotta e di Rutilia ,anch’essa di rango consolare, sposò giovanissima Gaio Giulio Cesare, che aveva venti anni più di lei e da cui ebbe tre figli: Giulia maggiore, Giulia Minore e Giulio Cesare. Quando entrò nella gens Julia, questa non aveva ancora la stessa rilevanza politica della gens Aurelia.

Donna molto intelligente e ottima madre, Aurelia mantenne saldi legami con la sua famiglia a cui non esitò ad appoggiarsi per dare la possibilità al giovane ed ambizioso figlio Giulio Cesare di fare carriera.Insieme al fratello, Gaio Aurelio Cotta si prodigò per salvare Cesare quando questi rifiutò l’ordine di Silla di ripudiare la moglie Cornelia Cinna.
Quando Cornelia  morì Aurelia si occupò dell’educazione della nipote Giulia.
L’evento pubblico in cui fu coinvolta Aurelia con la figlia Giulia minore, fu il processo fatto a Clodio Pulcro per lo scandalo della Bona Dea. Nel 62 a.C. durante la festa della Bona Dea, a cui partecipavano solo le donne e che era stata organizzata nella Domus Publica in cui Cesare abitava in quanto Pontifex Maximum,Clodio Pulcro si era travestito da ancella per entrare e poter incontrare Pompea Silla, la seconda moglie di Cesare; sembra che fu proprio Aurelia che scoperto l’intruso la cacciò fuori. Al termine del processo in cui Aurelia dovette partecipare e raccontare il fatto Cesare divorziò da Pompea.

Non si sa molto dei suoi ultimi anni di vita e poche sono le notizie sulla sua sepoltura che probabilmente avvenne fuori dal Pomerio in Campo Marzio.