Il tempio di Vesta

All’interno del Foro Romano, vicino alla Regia e all’arco del Divo Augusto sorge il Tempio di Vesta. Esso fu distrutto parecchie volte da incendi poiché la costruzione dell’edificio, che imitava l’antica casa rustica italica con pareti di vimini e tetto di paglia, forniva abbondante materiale alle fiamme. Ma anche nell’età imperiale, il tempio, costruito tutto di pietra e di metallo, rimase gravemente danneggiato più volte, per esempio nel terribile incendio sotto Commodo (191 d.C.). Settimio Severo e Giulia Domna lo restaurarono e i pezzi di architettura venuti alla luce negli ultimi scavi per la maggior parte appartengono appunto a quel restauro. Nel 394 l’imperatore Teodosio fece chiudere il tempio; nell’ottavo e nono secolo l’edificio deve esser caduto in rovina, perchè molti dei suoi pezzi furono trovati in un muro medioevale tra il lacus Juturnae e il tempio dei Castori. Al tempo del rinascimento nulla più si sapeva sul vero sito del tempio, soltanto agli scavi del 1872, 1882 e 1901 si deve la notizia precisa del luogo e della costruzione del santuario. Infine fu sottoposto a restauro dall’illustre archeologo Alfonso Bartoli tra il 1931 e il 1937. Il tempio era formato da una cella circolare circondata da una peristasi esterna di venti colonne corinzie collocate su alte basi inglobate nel podio, rivestito di marmo. La cella disposta verso oriente, misurava 15 m di diametro e si apriva su una gradinata d’accesso. La copertura era a tetto conico con apertura centrale per consentire l’uscita del fumo del fuoco sacro che bruciava perennemente all’interno (anche se le rappresentazioni che ci danno le monete, fanno credere che quest’ apertura fosse sormontata da una specie di camino di bronzo, forse a forma di fiore, il quale proteggeva l’interno dalle intemperie). Il portico che circondava la cella era assai angusto e serviva soltanto da ornamento; gli intercolumni erano chiusi da cancelli di bronzo, come si vede dalle monete e dai rilievi antichi. Nei fusti delle colonne si scorgono ancora i buchi che sostenevano le aste dei cancelli. Gli intercolumni dinnanzi la porta della cella erano chiusi mediante porte di legno. Il cornicione del tempio era decorato con rilievi rappresentanti strumenti utilizzati durante i sacrifici e insegne sacerdotali. L’ingresso al tempio era severamente proibito a tutti gli uomini, ad eccezione del Pontefice Massimo: anche le donne non potevano entrarvi che durante la festa delle Vestalia (7 – 15 giugno). Si suppone che ci fosse anche una zona nascosta all’interno del tempio, definita penus Vestae, alla quale potevano accedere solo le Vestali. In questo luogo venivano conservati oggetti molto antichi e di notevole importanza tra cui il Palladio, il piccolo simulacro di Pallade Atena(Minerva) che la tradizione vuole portato da Enea da Troia. Il Tempio di Vesta era il sostituto del focolare domestico più importante, quello della casa del re. Alle figlie del re, originariamente incaricate di sorvegliarlo, si sostituì un gruppo di sacerdotesse, le Vestali, l’unico sacerdozio femminile di Roma. Il fuoco sacro alle Calende di Marzo, primo giorno dell’antico anno romano (detto anno di Numa), veniva riacceso con particolari cerimonie. Vedi: Varro pr. Gellio XIV, 7, 7; Livius epit. 19; Horatius sat. I, 9, 8; Dionys. II, 66; Ovid. fast. VI, 265; 437­454; trist. III.I.27; Tacitus ann. XV, 41; Plinius n. h. VII, 141; Plutarch. Numa 11; Herodian. I.14.1; Cassius Dio LXXII, 24;