Cenni storici
All’epoca dei re il potere apparteneva al sovrano senza restrizioni, come l’autorità militare, enunciare il diritto (che nel periodo repubblicano era compito del pretore), il rapporto con gli dei e convocare l’assemblea del popolo. Romolo deteneva tali poteri, sin dalla fondazione di Roma, per diritto divino con i segni inviati dal cielo (augurio favorevole degli avvoltoi). Pur essendo re per diritto divino (figlio di Marte con garante lo stesso Giove) egli si era circondato di un consiglio di patres, il senatus. Romolo, infatti scelse tra il popolo cento persone, le più eminenti ed anziane, appartenenti alle famiglie più cospicue della neonata città, e li designò consiglieri (assicurando loro il privilegio di trasmettere la loro funzione ai loro figli, che furono chiamati patricii, ossia “figli dei patres”, mentre il nome collettivo senatus, ovvero assemblea degli anziani (Plutarco, Vita di Romolo) alludeva alla loro età, in genere avanzata. Già nei primi tempi della vita della città i patrizi svolgevano la funzione loro affidata da Romolo, di esercitare il patrocinio delle cause dei più deboli e prendersi cura dei più bisognosi. Alla prima tribù dei Ramnes, formata da Romolo e dai suoi primi seguaci, si aggiunsero una seconda tribù, quella dei Sabini, chiamata dei Tities, e, successivamente quella dei Luceres, abitatori del piano ai piedi del Palatino e del Quirinale. Conseguentemente il numero dei senatori venne incrementato fino a trecento, ovvero cento unità per ogni tribù. Dopo la scomparsa del primo re, si decise che il popolo avrebbe nominato un successore, con la ratificata dei patres, cioè dal senato. Quindi il senato sarebbe stato il garante dell’imperium regale. Si può dire, con qualche approssimazione, che questo privilegio di accordare l’investitura dei titolari dei più alti comandi, ed in seguito quella dell’imperatore, si sia perpetuata fin quasi alla fine del mondo antico.
I successori di Romolo cercarono di mantenere costante il numero dei senatori, che inevitabilmente diminuiva con le guerre e la mortalità. In particolare gli storici riportano che Tarquinio Prisco nominò 100 senatori, con molta probabilità della tribù dei Luceri a lui favorevole. Oppure, come asserisce Cicerone, raddoppiò il numero dei senatori riportandolo a trecento, visto che si ritiene fossero ridotti a soli centocinquanta unità. Questi nuovi senatori vennero chiamati di secondo ordine (Liv., 1, 35: centum patres legit qui deinde minorum gentium sunt ap-pellati).
Con l’instaurazione della Repubblica, il Senato acquisì in certo modo quell’imperium che era stato dei re, anche se non lo esercitò mai in quanto assemblea, ma attraverso i due consoli (il numero di due richiame i due re della costituzione spartana) eletti per suffragio popolare nei comizi centuriati (consules indicava propriamente “coloro che insieme saltellavano”, ossia aprendo i cortei nelle cerimonie). I consoli a loro volta esercitarono il potere a turno, a giorni alterni, avvalendosi delle insegne di comando (littori e toga pretesta). I primi due consoli Lucio Giunio Bruto e Marco Valerio Publicola si preoccuparono di colmare i vuoti del senato, che si erano creati a seguito delle persecuzioni di Tarquinio il Superbo. Quindi accanto ai patres delle maiores gentes, vennero aggiunti altri senatori, i conscripti (cioè aggiunti alla lista) scelti tra i maggiorenti dell’ordine equestre (Plutarco, Vita di Publicola). Da questo momento in poi i senatori vennero denominati patres conscripti (per asindeto), oltre che patres et conscripti.
Nei primi anni della repubblica, per limitare lo strapotere degli patrizi, venne inventato l’incarico di tribuno delle plebe, con facoltà di veto: nati nel 494, come capipopolo (capi della plebe), tollerati più che riconosciuti dal senato, essi divennero nel 367, con le leggi Licinie Sestie, magistrati dello stato a pieno titolo. Con le stesse leggi fu ampliato il numero dei titolari di imperium, con l’affiancare ai due consoli un collega minore, chiamato pretore, espressamente incaricato della giurisdizione, che in tal modo veniva sottratta ai due consoli, anche perché con le importantissime leggi del 367 uno dei due consoli poteva essere scelto fra i plebei, e i patrizi non potevano tollerare che un magistrato plebeo esercitasse la giurisdizione con facoltà di indagine.
Senza perderci nell’intricato organigramma delle funzioni magistratuali, che si complicò parecchio di pari passo con l’espansione territoriale, possiamo però affermare, intanto, che l’avvicendarsi dei magistrati nelle cariche collegiali, tutte rigorosamente di durata annuale, faceva sì che di fatto l’auctoritas fosse prerogativa del consesso senatorio, i cui membri, nominati a vita, assicuravano la continuità e la coerenza nell’emanazione delle principali regole della vita civile e l’atteggiarsi della “politica estera” dello stato romano. Anche l’ingresso dei plebei, sancito dalle leggi del 367, non modificò concretamente la distribuzione del potere, che passò dal patriziato (ossia dall’aristocrazia di sangue) alla nobilitas, il gruppo non meno ristretto delle famiglie o gentes (patrizie e plebee) che detenevano di fatto il monopolio delle più importanti magistrature (consolato e pretura). In questo contesto si riuscì, per quasi tre secoli, a garantire quella supremazia del senato che si esprime nel cedant arma togae di ciceroniana memoria. E ancora nell’ultimo secolo della repubblica, nei momenti più critici della vita dello stato, era il senato che emetteva il senatusconsultum ultimum, che conferiva illimitati poteri ai consoli con la formula: videant consules, ne quid respublica detrimenti capiat (Sallustio, Cat.). Nel caso in cui il potere fosse divenuto vacante, l’imperium tornava al senato sotto forma di interregno, che veniva esercitato a turno fra i senatori, fino alla nomina del magistrato supremo (console o dittatore).
Il senato iniziò a perdere prestigio e potere già ai tempi di Mario e Silla, nonché durante il primo triumvirato. Lo stato infatti non era nelle mani di uomini di affari ma in quelle dei grandi proprietari terrieri i cui legami con il mondo rurale non erano mai stati recisi. Questo, da un lato contribuì ad espandere la potenza romana, ma dall’altro fu una delle cause che determinarono la caduta del regime senatoriale, incapace di costruire un regime politico amministrativo adeguato alla nuova realtà dell’impero, in grado di dare spazio alla potente classe emergente (la borghesia, ovvero i cavalieri). L’antica e gloriosa istituzione, artefice della creazione dell’impero di Roma, aveva esaurito il proprio ruolo, dopo centinaia di anni era giunta al traguardo. Roma era cambiata radicalmente, era divenuta la padrona del mondo. Cesare, padrone assoluto della res publica e dittatore a vita, incrementò comunque il senato e permise l’accesso alla curia ai provinciali, alle persone più umili, ai semplici soldati, purché meritevoli. Il numero dei senatori in alcuni casi superò le mille unità. Fu Augusto con una serie di provvedimenti (lectiones senatus) ad effettuare una riforma che ne ridusse il numero a seicento; numero che rimase pressoché stabile per un lunghissimo periodo (Cassio Dione, Storia Romana).
Con il principato il senato romano perse di fatto il controllo dello stato, tuttavia mantenne una certa autonomia nel nominare i consoli, nell’assegnare le province di competenza o nel ratificare le leggi proposte dall’imperatore oppure in materia di religione; di fatto diventò un mero apparato burocratico. Comunque, pur ridotto nel numero e limitato nel potere, mantenne sempre una certa dignità ed autorità, anche quando Costantino istituì un secondo senato a Costantinopoli, sopravvissuto anche dopo il crollo dell’impero d’Occidente nel 476 d.C.

Eleggibilità
È opinione comune degli storici che nel periodo regio fosse prerogativa del re nominare i membri del Senato. Tuttavia il Senato era formato dai cittadini più facoltosi che erano comunque rappresentativi delle tre tribù originarie. È possibile che ogni curia eleggesse i propri rappresentanti più anziani e ragguardevoli per far parte del Senato, mentre quelli più giovani facevano parte dei cavalieri. Inizialmente non c’è menzione di senatori plebei; solo sotto il regno di Tarquinio Prisco vennero investiti della dignità senatoriale anche i plebei, ma dovettero essere molto limitati nel numero. Quando il Senato era composto da cento membri essi erano raggruppati in dieci decurie. Un senatore per ogni decuria rappresentava i decem primi. Con l’annessione delle altre due tribù (Tizi e Luceri) i decem primi dei Ramni mantennero il privilegio di votare per primi e tra di loro veniva eletto il princeps senatus.
Con l’instaurazione della Repubblica e la creazione delle magistrature, entrarono a far parte del Senato solo coloro che avevano rivestito almeno una delle magistrature previste dal cursus honorum (Liv. XXII, 49). Non mancarono senatori plebei ed il primo personaggio menzionato come senatore fu Spurio Melio nel 439 a.C.
Il potere senatoriale era comunque espressione del popolo, in quanto i magistrati erano appunto eletti nei comizi centuriati. Dopo l’istituzione della censura, al censore in carica era concessa la facoltà aggiornare la lista dei senatori depennando i deceduti o gli indegni e aggiungendo i nominativi che ne avevano diritto (Liv. XXIII, 22), scelti tra gli ex magistrati che ne fossero degni, con esclusione dei personaggi reputati indegni, il cui nome veniva tralasciato (praeteriti senatores).
Coloro i quali, pur essendo designati dal censore, non erano ancora iscritti nella lista, avevano il diritto di presenziare alle assemblee, ma non potevano esprimere il loro voto a voce. Essi manifestavano la loro volontà spostandosi verso il settore indicato dai loro capi. Per questo erano chiamati senatores pedarii. All’uopo Aulo Gellio (III, 18) riporta la frase di un mimo: caput sine lingua pedarii sententia est. Sembra che nel periodo repubblicano non fosse previsto il censo per accedere al Senato, anche se la maggioranza dei senatori proveniva da famiglie agiate. Non è chiaro quando il censo venne introdotto, alcuni scrittori indicano che ciò avvenne durante le guerre puniche, altri nel corso dell’ultimo secolo della Repubblica.
Certo è che Cesare fu il primo ad introdurre il censo, mentre Augusto con la sua riforma fissò in un primo momento un censo di quattrocentomila sesterzi, per poi alzarlo ad un milione. Chi non possedeva tale ricchezza veniva escluso dal Senato, spesso però Augusto, in presenza di personaggi meritevoli, donava la cifra mancante. I provinciali che venivano eletti senatori dovevano risiedere a Roma e non potevano recarsi nelle province di origine senza un permesso speciale del principe. I giovani della nobilitas, dopo aver indossato la toga virilis, esercitavano un incarico iniziale, quale il tribunato militare, per passare poi alla questura, ciò consentiva loro di accedere al Senato ed iniziare la carriera politica (cursus honorum).
L’età per accedere al Senato era fissata intorno ai 31 – 32 anni. Augusto durante l’Impero fissò l’età minima a venticinque anni.
I senatori conservavano la carica per tutta la vita, salvo l’intervento del censore. Nel tardo impero la dignità senatoriale si otteneva per discendenza, oppure per concessione dell’Imperatore. I senatori in teatro sedevano nell’orchestra, mentre nei circhi erano loro riservati i primi posti, così come nei banchetti pubblici in onore di Giove avevano posti assegnati. Erano obbligati a partecipare alle assemblee almeno fino a sessanta anni, non potevano lasciare l’Italia senza il permesso dell’Imperatore e non potevano esercitare alcun tipo di commercio e/o usura (cosa che veniva regolarmente disattesa attraverso la pratica dei prestanome).

Cursus honorum tipico tarda repubblica (età minima):
• Questore 31 anni;
• Edile o tribuno della plebe 36 anni;
• Pretore 39anni;
• Console 42 anni.
Le cariche di censore e dittatore non rientravano nel novero delle cariche annualmente rinnovate. La coppia dei censori veniva eletta dai comizi centuriati in corrispondenza del lustrum, ossia di un periodo che sarebbe dovuto essere di quattro anni esatti (quinto quoque anno), ma che di fatto furono spesso creati ad intervalli di 5 anni, o anche di più, con lunghi periodi di oblio in corrispondenza dei periodi più turbolenti. La dittatura, che appare già alla fine del VI secolo, conservò sempre un carattere di magistratura straordinaria, anche se costituzionale, e tra-montò definitivamente con la lex Antonia del 17 marzo del 44 a.C., all’indomani dell’uccisione di Cesare, l’ultimo dei dittatori “anomali”.

Le assemblee
Il Senato era solito riunirsi nella curia, luogo deputato per quel consesso. La tradizione attribuisce al re Tullo Ostilio la costruzione della prima curia (curia Hostilia). Intorno alla metà del I sec. a.C. venne sostituita dalla Curia Iulia, più ampia e sfarzosa, voluta da Cesare. Tuttavia altri luoghi come i templi o la casa del console venivano utilizzati quale senaculum, sempre che fossero stati precedentemente dichiarati templum dall’augure, ovvero aderenti alle prescrizioni religiose. In particolare possiamo ricordare le assemblee del 63 a.C., che ebbero luogo presso il Tempio di Giove Statore e presso quello della Concordia: assemblee convocate dal console Ci-cerone dopo la scoperta della congiura di Catilina. Oppure la famosa riunione del Senato nella curia annessa al Teatro di Pompeo, ove fu trucidato Cesare. Ed ancora, sempre nel Tempio della Concordia, Cicerone pronunciò contro il triumviro Marco Antonio la seconda Filippica, ovvero la “divina Filippica”, come la chiamò Giovenale. Nelle assemblee esisteva una gerarchia determinata dall’importanza delle cariche rivestite e dall’età. In cima alla lista (Album senatorium) vi era il princeps senatus, il più anziano ed illustre dei senatori, che godeva di grande considerazione. Aveva la precedenza nelle discussioni e spesso influenzava la decisione finale. Seguivano poi i consolari, i censorii, i pretorii, i tribunicii, gli edilicii e i questorii (tutti costoro così denominati dalla carica di provenienza). A volte il presidente (che era per lo più uno dei due consoli in carica) dava la precedenza al console designato per l’anno successivo. Nel periodo regio il senato veniva convocato dal rex oppure dal praefectus urbi dopo aver preso gli auspici. La sessione veniva quindi aperta pronunciando la frase di rito: Quod bonum, faustum, felix fortunatumque sit populo Romano Quiritibus. Durante l’età repubblicana la facoltà di convocare il Senato venne trasferita alle magistrature curuli: il console in primo luogo, ma anche l’interré – in caso di morte di entrambi i consoli – o il dittatore. Nel periodo imperiale, oltre che dell’imperatore, rimase facoltà dei consoli, dei pretori e dei tribuni convocare le assemblee. Quelle regolari (senatus legitimus) avvenivano alle Calende, alle None e alle Idi di ogni mese. Mentre le assemblee straordinarie (senatus indictus) potevano avvenire in qualsiasi altro giorno ritenuto idoneo. L’imperatore Augusto stabilì che le assemblee ordinarie dovevano aver luogo due volte al mese e potevano ritenersi valide con la presenza di almeno quattrocento membri. Dopo la discussione si passava alla votazione, il che avveniva per numeratio oppure per discessio. Cioè il presidente contava i voti contrari o favorevoli, oppure il numero delle persone che si erano spostate verso il seggio del capo fazione in quanto concordi o contrari alla proposta. Il Senato esprimeva le proprie decisioni sotto forma di senatusconsultum, veri e propri verbali. Nel tardo impero il senatusconsultum era valido anche in presenza di settanta o meno senatori. Gli assenti ingiustificati subivano una sanzione pecuniaria dopo aver depositato un pegno. Le sanzioni però erano piuttosto lievi e la legge veniva disattesa, malgrado Augusto avesse inasprito le multe.

L’abbigliamento

Premessa
L’abbigliamento romano ha avuto, nel corso dei secoli, diversi mutamenti, adattandosi alle varie situazioni politiche ed economiche che nel fluire del tempo si venivano a verificare. Dal sobrio e semplice indumento del periodo arcaico si arriva, nel periodo imperiale, ad indossare abiti lussuosissimi e costosissimi, confezionati con stoffe di particolare pregio importate dai più remoti angoli del mondo conosciuto. Durante il tardo periodo repubblicano, molti autori e personaggi famosi (Catone, Cicerone, Virgilio, etc.) riportavano compiaciuti l’austerità e la sobrietà dell’abbigliamento confezionato dalle matrone, esclusivamente per il nucleo familiare. I romani attribuivano un fortissimo valore simbolico all’abito, che indicava età, rango e status di chi lo indossava. Virgilio definisce i romani Romanos rerum dominos gentemque togatam (I romani, gente togata, dominatori del mondo). In effetti solo i cittadini romani avevano il diritto di indossare la toga, in sostanza era il costume nazionale del civis Romanus. Chi era condannato all’esilio perdeva lo ius togae; nel contempo si faceva attenzione affinché uno straniero non indossasse questo dignitoso indumento.

L’abito del senatore
Come ogni cittadino romano i senatori indossavano a contatto del corpo nudo un semplice indumento, il cintus, che copriva il basso ventre. Questo capo di vestiario fu sostituito dalla tunica interior o subacula. Sopra a questo primo indumento si indossava la tunica, che era realizzata con due pezzi di stoffa di lino, cotone o lana cuciti e lunga insieme fino ai polpacci, mentre una cinta la tratteneva ai fianchi. La tunica generalmente era priva di maniche o aveva delle maniche cortissime. I senatori in particolare indossavano la tunica laticlavia, distinzione di dignità senatoriale, che consisteva in una larga striscia di porpora (clavus), applicata all’indumento frontalmente, che partiva all’altezza del collo fino al lato inferiore della tunica. Ne parlano autori latini come Ovidio, Svetonio, Plinio e Orazio (latum demisit pectore clavum, Sat. I .6 28). L’ordine equestre indossava la tunica angusticlavia, che consisteva in due fasce di porpora, più strette di quella senatoriale, applicate frontalmente sulla tunica (la cita Ovidio in Tristia 4, 10, 29). Il laticlavio sembra sia stato introdotto a Roma da Servio Tullio, ed in un primo momento non era una distinzione di classe. Ma per i Romani il capo di abbigliamento più importante e più classico, che si usava nelle cerimonie, nell’attività forense e nelle ricorrenze importanti era la toga.

La toga (da tegere = coprire, in quanto ricopriva l’intero corpo) in epoca romulea veniva indossata direttamente senza tunica, cosa che ancora nel I secolo a.C. facevano i più attaccati alle antiche tradizione, tra i quali Catone Uticense. Questo indumento era già in uso presso gli Etruschi, che a loro volta l’avevano appreso dai Lidi. La forma ed il modo di indossare la toga ha subito variazioni nel corso dei secoli, adattandosi alle varie esigenze di costume. Nel periodo repubblicano essa era di forma quasi circolare e di dimensioni più ridotte, quindi più semplice da indossare. Invece nel periodo imperiale divenne molto ampia e lunghissima (lunga almeno tre volte l’altezza della persona e larga due volte). Indossare la toga era complicatissimo, inoltre la maniera di indossarla variava a seconda delle circostanze in cui il togato veniva a trovarsi, anche nel corso della stessa giornata (es.: arringare la folla, officiare una cerimonia religiosa, prendere gli auspici, sacrificare prima della battaglia ecc.). È difficile ricostruire esattamente la forma ed il modo di indossare la toga. Tuttavia alcune menzioni degli scrittori latini e i monumenti figurati (statue, bassorilievi, sarcofagi ecc.) aiutano a capire un po’. La toga era normalmente realizzata in lana, ma anche in lino e cotone. Era costituita da un unico pezzo di tessuto avente forma di un mezzo cerchio schiacciato. Essa era in sostanza l’abbigliamento ufficiale per tutti coloro che svolgevano attività im-portanti, di qualsiasi tipo e genere, a partire dal magistrato, dal politico, dal senatore, dal cavaliere dalle persone ricche e influenti ecc. Come detto prima, indossare la toga era un’operazione abbastanza lunga e complessa e difficilmente risolvibile da soli (Orazio trovò sempre difficoltà e diceva: toga dissidet impar; toga defluit). Per questo motivo uno schiavo (vestiplicus), sin dalla sera precedente, disponeva le pieghe per rendere più semplice il lavoro nel giorno successivo. Nel periodo imperiale la parte centrale dell’indumento era caratterizzato da ampie pieghe e rigonfiamenti che ricadevano in basso (sinus), mentre all’altezza della cintura veniva formato il cosi detto umbo o nodus, tirando fuori una parte di stoffa del primo lembo. I senatori magistrati indossavano la toga pretesta, cioè bordata da una fascia di porpora, così come i ragazzi fino all’età di 16 – 17 anni (praetextam ponere), dopodi-ché vestivano la toga virilis, indumento questo interamente di lana bianca naturale (vestimentum purum). La prima vestizione veniva svolta con un rito molto significativo che testimoniava il passaggio dall’adolescenza alla maturità e quindi l’ingresso al foro. La toga pulla era di lana nera naturale e veniva indossata in occasione di lutto oppure dai senatori per protestare contro una determinata decisione politica (Catone Uticense indossava sempre la toga pulla). I senatori in diverse occasioni, sempre per manifestare il loro sdegno, mutavano abito ovvero indossavano l’angustoclavio di rango inferiore. Ciò suscitava grande attenzione tra il popolo. In età imperiale la toga venne indossata solo nelle solenni cerimonie oppure nelle occasioni ufficiali e sempre più spesso sostituita dalla lacerna. Indumento questo nato come mantello militare e molto in voga tra i civili perché pratico da indossare. Poco o nulla valse la legge voluta da Augusto per ripristinare gli antichi costumi: i Romani sempre più controvoglia indossavano questo glorioso, scenico e scomodo abito.

I calzari
Svariati erano i modelli di calzari, sia femminili che maschili, indossati dai Romani. Grazie ai rinvenimenti, alle descrizioni degli scrittori oppure dalle numerose immagini scultoree e pittoriche pervenuteci, abbiamo una conoscenza abbastanza precisa della foggia e dei tipi di calzature in uso nell’antica Roma. In particolare i senatori, in epoca repubblicana ed augustea, indossavano i calcei, con quattro corregge in cuoio nero che partivano dalla suola e si allacciavano sul davanti due a due, fino ad oltre la caviglia. Inoltre avevano una luna crescente in avorio quale ornamento di distinzione (Orazio dice: nigris pellibus, mentre Cicerone di un amico divenuto senatore dice: mutavit calceos). Successivamente i senatori indossarono anche i calcei mullei che erano stivaletti di colore rosso squamati come le scaglie del pesce (mullus è per definire il colore rosso, come quello della triglia). I calcei rossi erano distinzione delle magistrature curuli.
Bibliografia:
Cicerone: Le catilinarie;
Livio: Storia di Roma;
Svetonio: Vita di Augusto;
Plutarco: Vita di Romolo ;
Aulo Gellio: Notti Attiche;
Cassio Dione: Storia Romana;
William Smith: A Dictionary of Greek and Roman Antiquities;
Pierre Grimal: La Civiltà dell’antica Roma;
Karl-Wilhelm Weeber: Vita quotidiana nell’antica Roma;
Ugo Enrico Paoli: Vita romana.