CENNI STORICI SUI GLADIATORI

Un fenomeno tutt’altro che marginale nella vita degli antichi Romani fu quello determinato dai combattimenti gladiatorii. Si suppone che questi abbiano avuto origine dagli Etruschi e, più fondatamente, dai Sanniti, come riti funebri propiziatori, detti munera (munus = dono votivo, sacrificio per i morti), celebrati per placare l’ira degli dei inferi e l’inquietudine dei defunti. Numerosi reperti archeologici, rinvenuti in Campania, presentano scene di combattimenti tra uomini armati, dove appare evidente come questi fossero un fenomeno di massa, organizzato secondo regole precise.

La gladiatura avvinse, con il suo fascino morboso, anche il popolo romano. Così, nel 264 a.C., si svolse a Roma nel Foro Boario (oggi Piazza Bocca della Verità) il primo munus. La notizia ci è pervenuta da Tito Livio che nei suoi annali scrisse:

Mortuo M. Aemilio Lepido, qui bis consul augurque fuerat, filii tres, Lucius, Marcus, Quintus, ludos funebres per triduum et gladiatorum paria duo et viginti in foro dederunt.

(Morto Marco Emilio Lepido, che era stato console ed augure, i tre figli, Lucio, Marco, Quinto, offrirono a proprie spese ludi funebri nel foro della durata di tre giorni, con ventidue coppie di gladiatori).

Numerosi altri munera furono organizzati in seguito, in occasione dei funerali di persone illustri o per commemorare la loro scomparsa. Il gradimento del pubblico fu tale che ben presto la gladiatura da rito funebre si trasformò in spettacolo. Con Augusto i combattimenti tra gladiatori divennero parte integrante degli spettacoli che, a Roma come nelle province, erano predisposti per il divertimento del popolo. Gli imperatori e gli aristocratici, anche per attirarsi il favore del popolo, si prodigarono per offrire spettacoli sontuosi, immortalati nei versi dei grandi scrittori dell’epoca: Svetonio, Giovenale, Marziale ed altri.

La folla accorreva così numerosa che fu necessario costruire appositi edifici di grande capienza: gli anfiteatri. Questa passione che travolse il popolo andò a discapito di altri spettacoli, soprattutto del teatro. Si narra che nel 160 a.C. il pubblico, a metà rappresentazione della commedia Hecyra di Terenzio, abbandonò il teatro per andare a seguire i combattimenti offerti dal figlio di Emilio Paolo.

I gladiatori erano prigionieri di guerra o schiavi o criminali condannati a morte, ma potevano essere anche uomini liberi che si sottoponevano all’auctoramentum (una specie di rinuncia volontaria allo status di cittadino). Del loro reclutamento si occupava il lanista, il proprietario di una scuola di addestramento, che era il padrone assoluto dei propri gladiatori: poteva punirli col fuoco, incatenarli, picchiarli o addirittura ucciderli. Una volta arruolata, la recluta entrava a far parte della familia gladiatoria, acquartierata in un ludus, caserma dotata di cubicoli per l’alloggio dei gladiatori, di una ampia palestra per le esercitazioni, di sale comuni e magazzini per il deposito delle armi. Della familia facevano parte i doctores (i maestri d’armi), generalmente vecchi gladiatori ritiratisi dal servizio attivo. La disciplina era dura, con regole ferree, in modo tale da far diventare i gladiatori delle vere e proprie macchine da combattimento.

Furono costituite varie categorie di gladiatori, che presero nome dalle armi che essi usavano o dal loro modo di combattere o dal loro luogo di origine. Tra le categorie più note vi erano:

il TRACE. Combatteva alla maniera dei guerrieri della Tracia (odierna Bulgaria), usando la sica, una breve spada con lama ricurva, che consentiva di colpire l’avversario nelle parti posteriori del corpo.

L’OPLOMACO. Era simile al Trace, ma combatteva con la lancia o con il gladio; insieme con il Trace era l’antagonista tipico del Mirmillone.

Il MIRMILLONE. Usava un grande scudo rettangolare. Il suo modo di combattere era simile a quello della murena, che nascondendosi dietro agli scogli (lo scudo), attaccava all’improvviso la sua preda.

Il REZIARIO. Era privo di elmo. Usava una rete per catturare l’avversario e poi colpirlo con il tridente.

Il SECUTOR (inseguitore). Era l’avversario tipico del Reziario; era armato di una spada affilatissima, aveva un’armatura molto leggera ed un elmo senza appigli, per evitare la rete dell’avversario, che poi pressava al momento opportuno.

Augusto pose grande attenzione nella definizione delle categorie gladiatorie, stabilendo per ciascuna di esse le armature, i modi e le regole di combattimento, che rimasero nei secoli successivi.

Quando si dovevano organizzare i combattimenti (munera gladiatorum), il munerarius, che ne era l’organizzatore, prendeva in affitto i gladiatori da un lanista, a pagamento.

Il giorno precedente quello dei giochi offriva ai combattenti una cena, detta coena libera, in quanto aperta a tutti. In tal modo il pubblico aveva la possibilità di vedere da vicino i personaggi famosi dell’arena e di valutare le potenzialità degli atleti, così che il giorno dopo potesse meglio fare scommesse sui gradini dell’arena.

Lo spettacolo iniziava con una solenne parata: entrava dapprima il finanziatore, preceduto dai littori, se magistrato, e accompagnato da personaggi con palme; seguivano suonatori e inservienti che portavano cartelli con il programma dei giochi; entrava poi l’editor, l’organizzatore dello  spettacolo, seguito da inservienti che mostravano le armi dei gladiatori, gli elmi e gli scudi; infine entravano i veri protagonisti, i gladiatori, su carri o a piedi, e poi i damnati, i condannati a morte, che sarebbero stati giustiziati nel corso dello spettacolo.

Il munerarius, salito sulla tribuna, dava inizio ai munera che, in genere, secondo la sequenza definita da Augusto, prevedevano al mattino le venationes, cioè le lotte contro le belve, e nel pomeriggio i combattimenti tra i gladiatori. Questi, giunti sotto la tribuna dell’imperatore, lo salutavano, poi si dirigevano verso il munerarius, che controllava le armi assegnate secondo la categoria di appartenenza. I combattenti in genere venivano scelti di categorie diverse in modo da rendere più avvincente lo spettacolo. Questo dove- va svolgersi nel rispetto di regole codificate e fatte osservare dagli arbitri. In un primo periodo il combattimento poteva prevedere la missio (possibilità di chiedere la grazia da parte del perdente), oppure poteva essere sine missione, cioè all’ultimo sangue, possibilità vietata poi per legge da Augusto. I combattimenti potevano avvenire anche tra più coppie di gladiatori contemporaneamente (gladiatorum paria). Se qualche gladiatore non si batteva con sufficiente impegno, veniva sollecitato a colpi di frusta (lora) dai loraii, presenti nell’arena. Il duello proseguiva finché uno dei due non fosse ridotto all’ impotenza o perché ferito o perché privato delle armi, oppure finché uno dei combattenti, rendendosi conto della propria inferiorità, non chiedesse l’interruzione dello scontro, invocando la grazia con il braccio alzato o inginocchiandosi. A questo punto spettava decidere sul suo destino al munerarius, che solitamente chiedeva il parere del pubblico: se il gladiatore sconfitto si era battuto bene la folla gridava mitte! (risparmialo!), altrimenti lo condannava a morte al grido di iugula! (sgozzalo!). Controverse sono invece le versioni riguardo i gesti che accompagnavano queste grida (pollice verso l’alto, verso il basso, et cetera). Tuttavia il munerarius, per decidere, teneva conto sì della volontà del pubblico, ma soprattutto delle spese cui andava incontro; infatti, in caso di morte, doveva versare al lanista, proprietario del gladiatore, non solo l’affitto ma anche il valore dell’atleta, che in genere era una somma esosa.

I gladiatori uccisi, prima di essere portati via, venivano avvicinati da uno schiavo travestito da Caronte, che, se necessario, dava il colpo finale.

È stato stimato che nel I sec. d.C. le possibilità di salvezza per un gladiatore fossero 9 su 10. La mortalità risulta invece più alta nei secoli successivi, quando si affidò al vincitore la decisione sulla sorte dello sconfitto.

Il gladiatore vincitore, salito sul podio dell’editor, riceveva la palma della vittoria e, nel caso di un combattimento particolarmente avvincente, una corona, un premio in denaro e talvolta anche oggetti preziosi. I più abili potevano arrivare a mettere da parte cospicui patrimoni, acquistavano fama ed erano idolatrati dalla folla, soprattutto dalle donne. Ricordiamo a tal proposito i versi dell’ode A Silvia di Giuseppe Parini:

Il gladiator, terribile

nel guardo e nel sembiante, spesso fra i chiusi talami fu ricercato amante.

Così, poi che da gli animi ogni pudor disciolse, vigor da la libidine

la crudeltà raccolse.

Il gladiatore, alla fine di una carriera fortunata, quando aveva accumulato un determinato numero di vittorie (10, secondo alcune fonti), riceveva in premio una rudis, la spada di legno, simbolo della raggiunta libertà, che lo svincolava da ogni obbligo verso il lanista. A questo punto poteva decidere se continuare a combattere per soldi e gloria o intraprendere altre attività.

Nel I sec. d.C. la frenesia smisurata per la gladiatura fu tale che spinse a combattere nell’arena anche aristocratici, cavalieri, senatori, donne e persino imperatori. Sembra che Commodo, vestito di un manto purpureo si esibisse spesso nelle vesti di secutor, la sua categoria preferita, e che amasse gloriarsi più delle sue abilità gladiatorie che delle imprese di governo.

Lo storico Tacito, negli Annales (XV,  32), a proposito dell’anno 63 d.C. scrisse:

Spectacula gladiatorum idem annus habuit pari magnificentia ac priora; sed feminarum inlustrium senatorumque

plures per arenam foedati sunt.

(Quello stesso anno ebbe spettacoli di gladiatori così splendidi come erano stati i precedenti. Ma molte donne e molti senatori di illustre famiglia si disonorarono nell’arena).

A partire dal III sec. d.C. numerosi fattori concorsero a segnare il declino della gladiatura: una crisi economica senza precedenti, che portò al rarefarsi dei finanziamenti privati per i ludi; il mutamento della cultura e della società, in cui gli spettacoli non erano più uno strumento politico per guadagnarsi l’appoggio del popolo; l’affermarsi del cristianesimo, con la condanna morale dei combattimenti da parte della Chiesa.

Costantino nel 325 d.C., con l’editto di Berito, abolì la condanna alla gladiatura, sostituita dai lavori forzati in miniera, sopprimendo in tal modo un’importante fonte di reclutamento. Nel 326 d.C. proibì i combattimenti tra gladiatori, che tuttavia seguitarono ad essere svolti sporadicamente, finché nel 402 d.C. l’imperatore Onorio li abolì definitivamente.